03. IN MY SHOES - Due nodi

Una scarpina di Cenerentola trovata sull'asfalto - In My Shoes racconti, Due nodi
In My Shoes - © Marta Costantino 2018
"Non è accaduto niente ieri sera!" disse con una certa verve, pentendosi quasi immediatamente di avere dato corda a quelle due. Quali due, poi? Non era tutta un'allucinazione? Cioè, stava veramente parlando con le scarpe?
"Se vogliamo essere precisi, ieri sera no. Stanotte sì però!" disse la seconda voce sogghignando.
"Eccome!" aggiunse la prima. "Era tantissimo che non ti divertivi così. Insomma dai, te lo meritavi anche."
"Di cosa cazzo state parlando?" chiese innervosendosi.
"Da dove vuoi che iniziamo? Dalla boccia di gin che ti ha sciolto gambe e inibizioni? O dalla strada sterrata che hai percorso con la tua macchina in mezzo al nulla e alla nebbia alle due di notte?" domandò la seconda voce.
"Faceva un freddo in quel bagagliaio! Potevi almeno metterci nell'abitacolo. Abbiamo pensato ti vergognassi di noi" disse la prima.
"Non era di noi che si vergognava, cara" sottolineò con morbida lentezza la seconda.

Il gelo salì come una scossa elettrica ghiacciata dal pavimento, dritto fino alla nuca: "Basta!" gridò.
"Perché?" chiese con innocenza la prima.
"Perché certe cose non si fanno" rispose pacata la seconda.
"Quanto deve ancora andare avanti questa cosa?" chiese portandosi le mani al volto.
"Quale cosa?" chiese la prima.
"Il senso di colpa" rispose la seconda.
"Cosa volete da me?" domandò con voce rassegnata e la testa china, le mani intrecciate dietro al collo.
"Fare due chiacchiere? Abbiamo passato una bella serata assieme e pensavamo che parlarne ti avrebbe fatto piacere. Gli amici si raccontano, no?" disse la prima.
"Sì. Ma questo non è il genere di cose che racconti. Neanche agli amici" intervenne la seconda.
Non aveva le forze di alzarsi e non sapeva cosa fare: certo era che avrebbe dovuto trovare un modo per fare tacere quelle due. Avevano detto che anche altre persone potevano sentirle: non tutti, certo. Ma qualcuno sì. Qualcuno che era in grado di ascoltare le loro storie esisteva: e loro erano a conoscenza di cose che non avrebbero mai dovuto essere narrate. Cose che forse non sarebbero nemmeno dovute accadere. 
"A cosa pensi?" chiese amichevole la prima voce.
"A come farci sparire e tacere per sempre" rispose la seconda.
"E perché mai? Pensi che non piacciamo più?"
"No, penso che non piaccia quello che sappiamo."
"Beh ma non siamo le uniche a saperlo. Non era l'unica persona presente" disse con innocenza la prima.
"Sì. Ma noi non abbiamo niente da perdere. Loro due sì."

Il concetto astratto di troppo assunse una forma tangibile. E quella forma era lì, spregiudicata ed eccessiva nella sua sincerità, immobile ai piedi del letto. 
Parlavano, sì: ma mica si muovevano. Avevano bisogno degli esseri umani per farlo. Da sole non sarebbero potute andare da nessuna parte. Ergo, se le avesse portate in un posto, lì sarebbero rimaste. Un posto dove nessuno le avrebbe più sentite e tanto meno ascoltate. Le avrebbe messe sotto terra: in fondo non era la prima volta che seppelliva parti di sé.
Fece un respiro profondo riemergendo improvvisamente da un'apnea che aveva mischiato, confuso e dato troppa voce a troppi sensi. Il gioco delle tre carte si era inaspettatamente inceppato. Il cuore partì a chiodo, pompando sangue ed un prevaricante istinto di sopravvivenza. O loro o io, pensò alzandosi con decisione.
"Che fai?" domandò la prima.
"Ecco. Ci siamo" disse la seconda: "Te l'avevo detto!"
Andò in cucina a piedi nudi e passi decisi: rovistò maldestramente tra le antine e prese un sacchetto. Tornò in camera, le afferrò e le buttò dentro con una determinazione e ferocia risolutiva. Fece un nodo. Due.
Riconobbe la voce ovattata dalla plastica della seconda: "Credi finisca qui?"
"Per me sì" rispose.

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