09. IN MY SHOES - Scarlet

In My Shoes - © Marta Costantino 2018

I passi scricchiolavano sulla neve: sembrava di camminare su un tappeto di scaglie di vetro. Giannini guardava in terra, fissando quella strada di cui conosceva ogni centimetro quadrato; Cesare dava un'occhiata allo scenario di asfalto, cemento e insegne retroilluminate: le mani in tasca ed il sacchetto al caldo, tenuto con cura sotto al braccio sinistro.
"Cesare, devo salire in casa. Ho dimenticato il telefono."
"Senza quello non si vive più, eh..."
Giannini annuì: "Dove ha la macchina?"
"Sotto casa sua. Che fa? Prende la sua e mi segue?"
"Sì."
"Meglio: così mi risparmia di tornare qui."
Giannini si fermò. "Cosa?" chiese Cesare girandosi.
"Anche a lei non piace?"
"Alla fine questi paesini si somigliano tutti. Una lotta tra poveri, nell'illusione di essere comunque meglio del paese accanto. Piccole consolazioni per piccole persone."
Dopo trecento metri lastricati di silenzio, erano nuovamente sotto casa di Giannini. "Senta, io arrivo subito" disse Giannini con un paio di grammi di agitazione nella voce. "Mi spiace lasciarla qui al freddo. Vorrei farla salire ma mi sembrerebbe un po'..."
"...sconveniente?" chiese Cesare.
"Sì. Esatto. Sconveniente."
"Non c'è problema. Si muova però."
"Sa, qui anche i tombini hanno occhi e orecchie. E parlano. Ancora di più di quelle due" disse facendo un cenno al sacchetto. "Vuole aspettarmi in macchina?"
"Voglio che si muova."
Se concisione e chiarezza avessero avuto un volto umano, avrebbero avuto le fattezze di Cesare.

Giannini salì in casa, percorrendo quegli scalini che neanche un'ora prima aveva battezzato con un aspersorio pieno fino all'orlo di paura liquida. Due giri di chiave e la porta blindata si aprì come un pesante sipario su un intenso profumo di caffè. 
Prese il telefono: su Whatsapp c'erano due messaggi nell'anteprima.
Primo messaggio: mittente Love. "Buongiorno amore.  Sono in giro. Ti vedo pomeriggio?"
Schiacciò la freccina a destra.
Secondo messaggio: mittente Scarlet. "Solo tre giorni? A me è rimasto incollato addosso per una settimana."
La terra sotto ai piedi mancò per una frazione di secondo di una decina di centimetri: così fece il cuore. Disorientato, migrò in luoghi del corpo dove non era solito dimorare: passò con veemenza dalla gola arrivando diritto come una palla da biliardo fino al cervello. Poi esplose, lasciando che la memoria ripresentasse stroboscopici fotogrammi di una notte di due settimane prima. 

Riprese fiato, le chiavi della macchina ed uscì.
Senza neanche pensare al fatto che stesse dirigendosi con un perfetto sconosciuto in un posto altrettanto ignoto.

Cesare era ancora davanti al cancello.
"Dove è la sua macchina?" chiese Giannini.
"Là!" disse indicando una Opel station wagon nera coperta di neve. 
Una Yaris rossa passò accanto a loro, rallentò e frenò. Mise la retro.
"Occazzo, mancava solo questa" si lamentò Giannini sottovoce.
"Cosa?" chiese Cesare. 
"Chi, non cosa" rispose.
"Bene, allora chi?"
"Una cazzo di portinaia. Lavinia la panettiera."
"E' un nomignolo o fa veramente la panettiera?"
"La seconda. La chiamano terzo grado" disse molto velocemente poco prima che il finestrino lato passeggero della Yaris si abbassasse.
"Ciaaaaoooooo!" cinguettò lunga e insidiosa come una cicca incollata sotto le suole. "Guarda te chi si vede! Tutto bene?"
Tutto bene un cazzo, pensò. "Ciao Lavinia" disse Giannini dietro la spinta di una educazione di cui avrebbe voluto liberarsi al pari delle scarpe: valutò l'ipotesi di seppellire viva anche lei.
"Alloooraaa? Tuttobene?"
Tuttobene. Tutto attaccato. Come tuttoaposto. Erano due espressioni che detestava profondamente.
"Sì. Grazie" rispose mentre si immaginava di frantumarle il parabrezza con una mazza da baseball.
Lavinia dilatava il tempo in un silenzio bianco, perlustrando con lo sguardo quel forestiero, quasi stesse annusandolo con gli occhi: c'era forse un taglio in mezzo a quella lunghissima lingua, capace di attorcigliarsi come un rampicante attorno alle prede. Attese impaziente, ferocemente curiosa e fortemente indispettita per non essere stata messa subito a conoscenza di chi fosse quell'uomo e soprattutto che ruolo avesse nella vita di Giannini: c'erano milioni di etichette nella sua borsetta, e l'attesa la infastidiva. Non sapeva esattamente quale avrebbe dovuto appicicargli addosso.
Sganciò un sorriso stizzito e finalmente chiese:  "Lui è?"
Giannini guardò Cesare.
Cesare guardò Giannini. E rispose: "Lui è ora di iniziare a farsi un po' di cazzi propri, non crede? Se permette, avremmo da fare. Buona giornata signora. Arrivederci."
Prese sotto braccio Giannini: "Possiamo andare" disse allontanando entrambi dalla voragine che si era formata nell'asfalto.
Giannini scoppiò a ridere guardando Lavinia, per la prima volta in vita sua immobile e soprattutto muta: "Ciao né!"
Camminarono fino alle rispettive macchine: Cesare schiacciò il telecomando.
Prima di salire guardò Giannini e disse: "Non si senta in dovere di rendere conto a cani e porci. Qualche biglietto omaggio per un vaffanculo può distribuirlo senza sensi di colpa. Ogni tanto fare un po' di pulizia torna utile. Adesso mi segua, che siamo già in ritardo: le faccio strada."

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