10. IN MY SHOES - Buio

In My Shoes - © Marta Costantino 2018
Giannini seguiva Cesare lungo la strada che ancheggiava, snodandosi fluida in mezzo alle colline. I fiocchi di neve, che ricordavano scaglie di mandorle glassate, si scioglievano e colavano come zucchero liquido sul parabrezza dove la condensa si confondeva con le note di "Sky Full of Song" di Florence + The Machine.
Conosceva abbastanza bene quella statale: l'aveva percorsa diverse volte. Dopo mezz'ora di ampie curve e concisi rettilinei arrivarono nel punto in cui quel sabato sera aveva parcheggiato la macchina, prima di inoltrarsi nel campo nel tentativo di disfarsi delle due ciarliere. Cesare svoltò a destra, prendendo strade secondarie che da strette, diventarono strettissime e sterrate. Nei minuti successivi
Giannini si rese conto di non sapere dove fosse: "Siamo nel bel mezzo di un cazzo di niente" disse tra sé e sé guardandosi attorno. Prese in mano il telefono: non c'era ricezione. Procedevano quasi a passo d'uomo: abbassò il finestrino. L'odore dell'inverno, quello vero, quello che non sentiva da un pezzo, quello che sapeva di legna bruciata e neve, si infilò in frammenti geometrici nell'abitacolo. Il freddo sbriciolava tutti gli odori, come fossero frattali. Tranne quell'odore, che si spalmava addosso come una seconda pelle. Quello rimaneva denso.
Si chinò verso il volante e l'annusò: non ve ne era più traccia.

Finalmente, in fondo a quella strada, sembrava di intravedere qualcosa: una cascina, forse. La neve aveva bucato ogni scenario impedendo qualsiasi post produzione. Man mano che si avvicinavano riusciva a vederla meglio: un porticato ad archi a tutto sesto sorreggeva una struttura antica, scandendo con luci ed ombre ed architetture fatte di pieni e di vuoti, il loro arrivo. La strada sterrata passava sotto l'arco centrale: Giannini l'attraversò con religiosa lentezza. E con la strana sensazione di stare varcando la soglia di un altro mondo.

"Cesare, ma lei abita qui?" chiese Giannini scendendo dalla macchina.
"Più o meno" rispose Cesare con il sacchetto sotto braccio: era già sceso e stava aspettando.
"Sarebbe?"
"Sarebbe meglio strutturare i propri pensieri con un linguaggio più ricco Giannini: il suo mondo ne trarrebbe beneficio. Comunque non abito qui, ma ci vengo molto spesso, e altrettanto spesso mi fermo a dormire. Ci è voluto parecchio per ristrutturarla sia in termini di tempo che di denaro. E non ho ancora finito."
"L'ha ereditata?"
"No, l'ho comperata."
"E come ha fatto a permettersela?"
Cesare si avvicinò al suo viso. Sussurrò sottovoce: "Traffico di organi espiantati illegalmente."
Giannini aggrottò la fronte.
"Scherzo Giannini. Variabile C: una serie di fortunate coincidenze hanno permesso che diventasse mia. Adesso mi segua, si sta facendo tardi. Come le ho detto, voglio mostrarle una cosa" disse dirigendosi verso il portico.
"Tardi per cosa?" gridò Giannini a quell'uomo che si stava allontanando. "E' già la seconda volta che lo dice!"
"Venga, per Dio! Non si faccia pregare!" urlò Cesare senza nemmeno girarsi.
Giannini lo seguì.

Cesare si pulì le scarpe su uno zerbino posto ai piedi di un portone in legno centinato rivestito a pannelli neri e lucidi come liquirizia. In centro c'era un batacchio: una presenza insolita nel terzo millennio. Si guardò attorno: "Le ricorda qualcosa questo posto Giannini?" chiese con un sorriso, infilando le chiavi nella toppa.
Giannini non rispose.
Cesare appoggiò la mano sulla maniglia: "Si tolga le scarpe. E le tenga in mano. Una volta dentro, le dirò dove posarle. Non si preoccupi: non avrà freddo."
Quest'uomo dava veramente un sacco di ordini: ma era difficile dirgli di no. Tolse le scarpe senza fare domande.
Cesare aprì la porta: l'ultima volta che Giannini vide un'oscurità del genere probabilmente era ancora un ovulo nel grembo di sua madre.
"Ha molto più coraggio di quel che crede. Se ne ricordi per il futuro" disse Cesare. "Adesso venga. Mi segua" ed entrò, dissolvendosi in un'oscurità senza sostanza. In un vuoto atomico dove infinite combinazioni ed inaspettate variabili sono possibili. Giannini fece lo stesso.

Cesare chiuse la porta alle loro spalle.
C'era un odore dolce nell'aria: ricordava il legno. Sotto i piedi, attraverso le calze, sentiva qualcosa di incredibilmente liscio.
Chiamò Cesare, ma Cesare non rispose.
Sentì il proprio respiro adeguarsi al silenzio e rallentare. E poi riaccelerare incalzato da un cuore caduto in un pozzo di inchiostro: "Cesare, dove diavolo è finito?"
Qualcuno ruppe il silenzio: "Ma è la persona di cui parlavano?"
"Sì. Credo di sì" rispose qualcun altro.
"Vedi! Se ne liberano e poi tornano. Dannata incoerenza!"
"E' un rapporto di mutua necessità!"
"Ecco. Il filosofo ha detto la sua!"
"Meglio filosofo che ignorante!"
"E basta voi due! Sempre a beccarvi! Smettetela!"
Giannini seguiva con i movimenti della testa quelle voci che provenivano da punti diversi: "Cristo Cesare! Cosa diamine sta succed..." non finì la frase.
Cesare accese le luci.
Giannini non riuscì a credere a ciò che si rivelò ai suoi occhi.

Lo spazio era immenso: una fila di lampade pendeva dal soffitto per tutta la sua lunghezza, gocciolando sul pavimento di legno color miele una luce calda. Ai lati, file di scaffali partivano da terra innalzandosi quasi fino al soffitto: al loro interno, in ciascuno di quegli spazi cubici, disposte con un ordine ed una cura eccezionali, c'erano centinaia e centinaia di scarpe.
Stivali, mocassini, scarpe da corsa, décolleté, sandali, infradito, ciabatte, babbucce, stivaletti, polacchine, anfibi, sneakers, scarpe eleganti, stivali da pescatore, espadrillas, scarpe da barca, pantofole, zoccoli, scarpe da calcio, zeppe, scarpe da sposa, ballerine, scarpe da basket, tronchetti, bikers: manco Zalando.
Alcune appaiate, alcune spaiate; sporche o lucidate alla perfezione: talune nuove, altre che veniva da chiedersi come facessero a stare ancora assieme. Un rimando di forme, di colori. Di storie.
Cesare si avvicinò: prese le scarpe che Giannini aveva ancora in mano e le posò all'ingresso.
Giannini si incamminò in silenzio lungo la navata centrale di quel vecchio fienile, ricambiando gli sguardi che si posavano su di sé: Cesare aveva fermato il tempo e cancellato lo spazio, condensando l'intero universo in un unico punto. Ebbe la sensazione di esserne al centro esatto. 
Sorrise: non aveva mai visto così tanta bellezza.
Non aveva mai visto questo genere di bellezza.

Sentì due colpi secchi.
Qualcuno stava annunciando con impeto la propria presenza battendo sul portone.
"Vede? Appena in tempo!" disse Cesare.

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7 commenti:

  1. la faccenda si sta facendo molto interessante ... Marta, sei bravissima, le tue descrizioni proiettano il lettore esattamente nel luogo in cui sta avvenendo il racconto...Non vedo l'ora di leggere il prossimo racconto!

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    1. Grazie Annamaria!!! <3 <3 <3 Conto di pubblicare il prossimo pezzo entro un paio di giorni. Grazie per avere lasciato un commento! :)

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  2. ...son curioso Marta...muoviti! ��

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    1. Ciao Fabs! Grazie per avermi scritto :) sono molto felice ti incuriosisca. Mi metto all'opera esattamente in questo momento ;) Buona serata :)

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  3. "Muves". Mi sa che abitiamo dalle stesse parti :D :D :D

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