![]() |
| In My Shoes - © Marta Costantino 2018 |
La notte arriva presto a gennaio. Al termine di giornate in cui il sole sembra fortemente indeciso se sorgere o meno. Quasi che, pigro e indolente, calchi l'orizzonte accarezzandolo senza sollevarsi mai veramente, per poi dileguarsi veloce, inghiottito dalla terra e da un pesante skyline di cemento.
Aveva lasciato le scarpe in camera tutto il giorno: in quel sacchetto gettato velocemente sotto al letto, quasi scottasse. Relegate in quel luogo dove da bambini si nascondono i mostri pronti a fare capolino la notte. Aveva chiuso la porta alle sue spalle, senza nemmeno guardare. La musica doveva coprire qualsiasi possibile sfacciata interferenza, e occultare quel brusio che ricordava un po' la radiazione cosmica di fondo: non lo sentiva chiaramente, ma da qualche parte, in quel piccolo universo che stava collassando come un buco nero, c'era.
Non aveva avuto il coraggio né la voglia di uscire di casa. I pensieri ronzavano come una mosca prigioniera di un bicchiere rovesciato: tessendo trame invisibili e dense tra le loquaci ospiti e i rimandi alla notte appena trascorsa. E aveva capito che tra queste due cose non vi era grossa differenza. Trascorse la giornata aspettando la notte, tendendo di tanto in tanto l'orecchio a quelle due e annusandosi le dita delle mani.
Quell'odore.
Indelebile e denso. Lo annusava a fondo, riempiendo i polmoni e schiantandolo a forza nel circolo sanguigno come fosse cocaina. Quell'odore: si incollava alla pelle, vicino all'attaccatura delle unghie. Non c'era verso di cancellarlo. Sapeva che per almeno tre giorni avrebbe continuato a sentirlo. E cercarlo.
Alle sei, un messaggio su whatsapp chiedeva: "Che fine hai fatto? Ci vediamo stasera?"
"KO tecnico. Ci vediamo domani."
"Okay. Amo te."
Silenzio.
Quell'odore che toglieva il fiato ed il senno.
Silenzio.
"Idem."
Fuori era buio pesto: faceva freddo e piovevano gocce d'acqua gelida grosse come monete.
Si mise una tuta nera, una felpa con il cappuccio e la giacca di pelle. Prese le chiavi dell'A3. Nell'infilarsi le Puma ebbe un attimo di esitazione: le fissò, tenendole sospese in mano ad altezza degli occhi. Quando capì che queste non parlavano tirò un sospiro e se le infilò: udì chiaramente un commento provenire dalla stanza accanto: "Quelle non hanno molto da raccontare!"
Entrò in camera, si stese sul pavimento, infilò la testa sotto al letto e allungando il braccio per prendere il sacchetto disse: "Okay belle! Adesso noi tre andiamo a farci un giro."
Salì in macchina, buttando il sacchetto in terra dal lato del passeggero. Imboccò il viale alberato e guidò verso la campagna: i tergicristalli grippavano sul parabrezza sotto una pioggia spietata.
"Avete visto? Niente bagagliaio stasera!" disse ad alta voce.
Nessuna risposta.
Aggrottò la fronte. Prese una sigaretta dalle tasche e se l'accese: al primo tiro sentì uno strappo secco nel centro della gola scendere fino alla trachea. Le luci gialle dei lampioni spalmavano a intermittenza istantanee in bianco e nero dell'abitacolo che cadevano sull'asfalto come evanescenti polaroid. La mano sinistra sul volante. La destra, di tanto in tanto, si avvicinava al naso: inspirava, socchiudendo gli occhi, quasi che quel gesto acuisse l'olfatto.
"Avresti dovuto arieggiare la macchina" disse la seconda voce.
Ebbe un sobbalzo. Chiese con sarcasmo: "Perché, alle scarpe da fastidio il fumo?"
"Non mi riferivo a quell'odore, ma all'altro."
Alzò il volume a chiodo: le note di "The Flower Duet (Lakmé)" scandirono il conto alla rovescia. Spinse sull'acceleratore, cercando di risalire l'abisso.
Si fermò sul ciglio della strada nel mezzo del nulla: una distesa di campi a perdita d'occhio tra le colline. Non che riuscisse a vedere qualcosa in mezzo a quell'oscurità: conosceva il posto.
Tirò il freno a mano, spense la macchina ed estrasse le chiavi: le luci interne si accesero.
"Fine corsa, ragazze!" disse.
"Siamo tornate al casolare?" chiese la prima con innocenza quasi inverosimile.
"Non c'è mai stato nessun casolare."
"Come no? Scusa ma stanotte..."
Non finì di ascoltare la frase: balzò giù dalla macchina, sbattendo la portiera. Respirò aria gelida senza accorgersene: tirò su il cappuccio, fece il giro, prese il sacchetto e si incamminò nei campi.
Faticava ad avanzare in quella terra che aveva la consistenza delle sabbie mobili: man mano che si allontanava dalla strada la visibilità diminuiva. Camminò per qualche minuto sotto la morsa di ghiaccio della pioggia che aderiva al suo corpo come Domopack. Si fermò.
"La vanga." disse la seconda.
"Prego?" chiese.
"La vanga! Come cazzo pensi di seppellirci? Scavando a mani nude?"
Chiuse gli occhi: il volto rigato dall'acqua, fango fino alle ginocchia e le Puma quasi certamente da buttare. Non ci aveva pensato. Si passò una mano sul viso.
"Puoi sempre riportarci a casa!" disse sorridente la prima.
"Col cazzo!" rispose. Si inginocchiò, ed iniziò a scavare. A fondo, sempre più a fondo, sempre con più forza. All'inizio non sentì nulla: poi un dolore atroce si irradiò dalle dita fino al centro delle braccia, poco sotto ai gomiti, allungandosi fino alla spalla. Si stava congelando.
"E' così terribile!" disse la seconda.
"Fa un cazzo di freddo! Certo che è terribile! Ma che cazzo ne vuoi sapere te? Te non ce l'hai un corpo! Te non sei umana!"
"Mi riferivo a quello di cui siamo a conoscenza."
Nel buio, si voltò. Ancora in ginocchio, senza dire nulla, prese il sacchetto e lo buttò nella buca. Iniziò a seppellirle vive: la terra bagnata atterrava sulla plastica come cemento fresco. Manciata dopo manciata il suono divenne più morbido, sino a scomparire nella pioggia. Si alzò, e terminò la sepoltura aiutandosi con i piedi. Perse l'equilibrio e cadde.
Da sole non sarebbero andate da nessuna parte, pensò con il culo per terra.
Si alzò, dirigendosi verso l'A3 che dal punto in cui era aveva le dimensioni di un'unghia. Mentre camminava a fatica nella notte, sentì qualcosa di caldo sulla punta delle dita: forse si stava finalmente riscaldando.
Arrivò alla macchina: sotto la luce del lampione si guardò le mani.
Sanguinava.
"Cazzo!" pensò.
Le asciugò sulla tuta.
Le portò al naso: quell'odore.

Nessun commento:
Posta un commento