08. IN MY SHOES - Santi maldestri

In My Shoes - © Marta Costantino 2016
Giannini tornò al tavolo: il colore del volto coordinato alle piastrelle del bagno.
"Sta meglio?" chiese Cesare guardando oltre la vetrina.
Giannini rispose ondeggiando il capo, come fanno gli indiani quando annuiscono.
Rimasero seduti in silenzio per una manciata di secondi: potevano ricordare due innamorati che dopo un feroce alterco osservano invisibili brandelli scomposti di cuore e fegato, cercando di capire come ricucire quello strappo che non ha punto di sutura.
"Cesare, digli delle altre." disse la prima voce da sotto al tavolo, rompendo il ghiaccio con un tono dolce.
Giannini sobbalzò: "Porca puttana!" sputò tra i denti, guardandosi attorno.
A parte Cesare, nessuno nel bar sembrava avere sentito nulla. Non che quel posto fosse mai molto affollato: e quella mattina non rappresentava di certo una eccezione. C'era Patacchia, un vecchio sovrappeso e claudicante che cercava un rifugio, lontano dalla malattia psichica della moglie. E c'era Marezzi: un bestemmiatore seriale con un estro che avrebbe lasciato interdetto anche Lucifero. Ogni mattina, il sipario si apriva sulla tristezza e alla sera calava sulla desolazione: con o senza neve.
"Le sue non sono le uniche che io abbia trovato. Anche se preferisco dire incontrato. Ne trovo circa una decina al mese: tutto è iniziato quando avevo ventotto anni. Adesso ne ho sessantadue. Faccia lei i calcoli che io ed i numeri non andiamo d'accordo."
"In che senso trova scarpe? Dove le trova?"
"Sono parte del mio cammino: le trovo per strada, ovunque io vada. Le volte che ho provato a cercarle non ha funzionato: scelgono loro. E'  un po' come nella vita: inseguire le cose con troppa determinazione si rivela controproducente. Non ne ho mai trovate due uguali: un po' come le persone. E sa una cosa?"
Giannini fece un cenno con le mani, invitandolo a proseguire.
"Sono passati tanti anni. Dovrei averci fatto l'abitudine. Eppure, ogni volta che le incrocio mi stupisco. Come se qualcuno le disponesse lì per me: a lungo ho creduto dovessi risolvere un enigma indecifrabile."
"E invece?"
"Giannini, lei riesce a costruire delle frasi che siano composte da più di due parole?"
"E lei Cesare? Va a molestare a casa di tutti i proprietari delle scarpe che trova?" 
"Sì, sembra che quando vuole riesca. Comunque, ha mai fatto caso a come gli oggetti siano in grado di diventare essi stessi vita? Prenda per esempio una persona che muore" disse facendo una pausa. "Quante volte, chi affronta il dolore della perdita, quel dolore così denso da accecare ogni senso, si ritrova a conservare con cura quegli oggetti? Quasi fossero in grado di perpetuare l'esistenza di chi non c'è più, sostituendone la presenza." Si appoggiò sullo schienale della sedia: "Poi: non siamo tutti uguali. C'è chi li tiene. E c'è chi se ne disfa" chiuse giocherellando con le dita.
Giannini si passò una mano tra i capelli senza dire una parola: Cesare aveva ragione su molte cose. Anche sul fatto di avere dato un'impressione di sé banalmente binaria. Con quelle poche parole spiaccicate lì come doppioni di figurine sgualcite, quando invece avrebbe voluto fargli molte più domande. 
"Trovo scarpe perché sono un custode di storie Giannini. Io non giudico nessuno: ascolto e basta. Giannini lei sa cosa sia l'Amore?"
Sentì una scossa elettrica attraversare la gabbia toracica e scuotere lo sterno: fitte di acciaio si erano infilate come aghi ipodermici in una spugna ossea. Sì: ricordava chiaramente cosa fosse.
"Cura?"
"Esatto. E' prendersi cura di qualcuno. O di qualcosa. Io mi prendo cura degli oggetti e delle storie delle persone a cui sono appartenuti."
"Quante ne ha trovate?"
"Vedo che neanche a lei ha affinità con la matematica."
"Perché qualcuno dovrebbe disfarsi delle scarpe?" chiese di getto.
"Per il suo stesso motivo Giannini. O per ragioni molto simili. Tutti abbiamo qualcosa da nascondere. A torto o a ragione. Siamo una dannata progenie di santi maldestri e spietati carnefici."
Cesare si alzò improvvisamente: "Siamo stati pure troppo a lungo in questo posto" disse infilandosi la giacca a vento. Si guardò attorno: "Non mi  pare ci sia grossa eccedenza di vita."
Giannini avrebbe voluto fermare Cesare ma non sapeva come: qualcosa, o qualcuno, di importante sembrava stesse sfuggendo. Lo guardava sentendosi impotente.
"Giannini, cos'ha da fare oggi?"
Scosse la testa: "Niente. Credo."
La variabile C aveva incontrato l'eccezione. 
"Vorrei portarla in un posto. Voglio mostrarle una cosa" disse prendendo il sacchetto da sotto al tavolo. 
Giannini si alzò, guardò di non avere dimenticato nulla al tavolo, si chiuse nel piumino e disse: "Okay, vengo." 
Usciti dal bar si fermarono sul ciglio della provinciale: l'asfalto era ricoperto da una moquette di ghiaccio color titanio incisa da graffi di pneumatici. Una folata di vento sfiorò la pelle di Giannini: Cesare annusò l'aria e fece un respiro profondo.
Si girò e disse: "Giannini: quell'odore. Non ce l'ha più addosso."
Si guardarono negli occhi più a lungo del dovuto.
Un sorriso si fece strada sul volto di Giannini.
Cesare annuì: "Le manca, vero?"

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