05. IN MY SHOES - Fuochi d'artificio

In My Shoes - © Marta Costantino 2015

Passarono due settimane: sommariamente identiche a tutte quelle che le avevano precedute e verosimilmente simili a quelle che sarebbero seguite. La variabile fu l'attenzione che mise nel fare caso che niente di improprio, oltre alle persone che aveva attorno, parlasse. Quella famigerata notte, al rientro, non riuscì a buttare le Puma: nonostante versassero in condizioni pietose le lavò e le appoggiò sul calorifero ad asciugare. Nei giorni successivi, come le vecchie coppie quando litigano,  si scambiarono sguardi ma nessuna parola.

Il ritorno alla normalità non fu immediato: le ferite sulle dita si rimarginarono in una decina di giorni. Il tempo della guarigione coincise con quello della rimozione.

Era nuovamente sabato e stava facendo colazione in cucina: il caffè che gorgogliava nella caffettiera e le arance appena spremute profumavano la casa di inverno. Il weekend sembrava sempre portare con sé una promessa di libertà. Fittizia nella regola e reale nelle rarissime eccezioni: questo l'aveva capito da un pezzo. Ma ci cascava sempre.

Nevicava a piccolissimi fiocchi: la città si stava ricoprendo di un sottile strato di zucchero a velo. Sperava in una lievitazione oltre il mezzo metro che avrebbe ovattato qualunque suono, ammorbidendo le forme della realtà. Consapevole della fragilità dell'incantesimo, predestinato ad infrangersi in un tappeto di particolato tossico che presto avrebbe ricordato la merda che stava respirando.
Sbucciò una banana pensando a quelli che "la neve è bella ma solo in montagna": come se fosse possibile tirare una cazzo di riga per decidere dove potesse nevicare e dove no. Fece per darle un morso, quando qualcuno suonò al citofono. Rimase lì, immobile, con un pezzo di banana in bocca, chiedendosi chi potesse essere. Non aspettava nessuno: pensò che avessero sbagliato e si versò il caffè.

Dopo pochi secondi, il citofono suonò nuovamente.

Alzò gli occhi verso la plafoniera e sbuffò. La finestra della cucina si affacciava sulla strada: si sporse da un angolo per sbirciare. Chiunque fosse, era riparato da un vecchio ombrello marrone. 
L'ombrello si piegò all'indietro, quasi fosse stato toccato dal suo sguardo: succede, a volte.
La persona che lo reggeva alzò la testa verso il palazzo. Si spostò velocemente all'indietro: il frutto in una mano, e nell'altra la tazza di caffè bollente che oscillò pericolosamente. Fece spallucce: "Se ne andrà" pensò tornando verso il piano cottura. Tolse il pane caldo dal fornello e si sedette a tavola.

Il suono del citofono attraversò l'appartamento per tre lunghissimi secondi, conficcandosi come una lama direttamente sul tavolo bianco dove stava cercando di fare colazione.
"Ma che cazzo!" disse alzandosi di scatto e tornando alla finestra. L'ombrello impolverato di neve era ancora lì. "Che palle!" mugugnò andando a rispondere con la tazza in mano. Nicotina, caffeina, adrenalina: buona parte di quello che finiva in "ina" era di suo gradimento.
"Chi è?" chiese.
"Giannini?" domandò a sua volta una voce di uomo.
"Sì. Chi è?"
"Giannini, posso parlarle?"
"Chi è, scusi?"
"Giannini, potrebbe scendere? Avrei bisogno di parlarle."
"Questo l'ho capito. Non ho ancora capito chi sia lei. Guardi che con gas e luce sono a posto e non credo in Dio. Non mi farà cambiare idea: né sulla prima e nemmeno sulla seconda" disse con la cornetta incastrata tra la testa e la spalla, sorseggiando il caffè. C'era un accenno di divertimento in quel comizio tenuto fissando un punto indefinito del muro d'ingresso.
"Le sue posizioni non mi interessano. Lei non mi conosce, altrimenti le avrei chiesto di salire io."
"Cosa vuole?"
"Parlare con lei Giannini. Non mi faccia ripetere perché è una cosa che detesto: ci fa sembrare entrambe due persone stupide."
"Non mi ha detto in merito a che cosa. Per quel che ne so, potrebbe essere uno dei tanti squilibrati che sono in giro."
"Penso di avere qualcosa che le appartenga. Se non ci crede, si affacci alla finestra."

La variabile eccezione si era presentata senza preavviso, come spesso accade.

Riagganciò e tornò in cucina. Guardò fuori: l'ombrello roteò un paio di volte, come se chi fosse lì sotto stesse guardandosi attorno. L'uomo spostò l'ombrello, appoggiandoselo su una spalla: alzò nuovamente la testa in direzione della finestra. I loro sguardi si trovarono come magneti, fissandosi tra un sorso di caffè bollente ed una manciata di fiocchi di neve piccoli e pungenti come punte di spillo. 
L'uomo al citofono chinò la testa su un lato: stava aspettando una risposta. Era quasi del tutto calvo, probabilmente poco oltre la sessantina.
Scosse la testa accennando un sorriso. Guardò a sinistra. Poi a destra.
Quando rialzò lo sguardo verso la cucina, tirò fuori da sotto l'ombrello un sacchetto sporco di terra. Lo reggeva con due dita, mostrandoglielo: sollevò un sopracciglio e sorrise nuovamente.

La tazza si frantumò sul pavimento come un fuoco d'artificio in ceramica.
"Cristo!" disse.

Tornò al citofono in un tempo che rallentava dilatandosi come un'anestesia che entra in circolo. Sentì un'ondata di gelo salire dalle gambe e inchiodarsi al palato.
Sollevò quella cornetta nel punto in cui l'universo stava collassando, e lentamente disse: "Eccomi."
"Allora, cosa fa?" chiese l'uomo facendo una piccola pausa. "Scende?"

Nessun commento:

Posta un commento