14. IN MY SHOES - Altri mondi

In My Shoes - © Marta Costantino 2018
Cor.
Scarlet.
Due nomi: uno vero, uno fittizio.
Nella loro completezza, sette lettere entrambi: fino a quel momento non ci aveva fatto caso.
Giannini rifletteva su come Cesare e Clelia sembravano non avere ascoltato ciò che Rosy avesse detto uscendo: esattamente una frazione di secondo prima che Astor chiudesse quella porta che si affacciava sulla cronaca spietata di molteplici mondi. Forse non avevano sentito: o forse semplicemente già sapevano.
Non si capacitava di come quei due in fondo non si curassero più di tanto della sua vicenda: probabilmente avere visto l'essenza di così tante esistenze, incastonate da Cesare con tanta cura in grezze montature lignee, aveva ridimensionato il giudizio sul prossimo.

Cesare.
Se è vero che tutti abbiamo qualcosa da nascondere, chissà quell'uomo cosa potesse celare: non dava l'impressione di un tizio con grosse malefatte appiccicate sotto la maschera. Se per assurdo qualcuno gliel'avesse tolta, a vederlo così saggio ed equilibrato, si sarebbe potuto dire quasi con certezza che non avrebbe trovato un granché. Ma in fondo, chi lo sa? Anche Clelia sembrava così gentile, così graziosa. E poi, aveva espresso un desiderio che aveva mutilato la vita del figlio.
Giannini, di persone che si vendevano bene ne aveva conosciute parecchie: ma poi, sotto a quegli abiti impeccabili, si poteva sempre riesumare un po' di tutto. Ripensò a quei posti sotto alle colombaie dove aveva giocato durante l'infanzia: vide improvvisamente quel palcoscenico d'asfalto, dove gli escrementi dei colombi si mischiavano a piccolissime piume bianche e soffici, in un collage organico che abbracciava senza distinzione disgusto e bellezza.

"Quanti pensieri" disse Cesare avvicinandosi.
Giannini guardò l'ora sul telefono: erano le tre del pomeriggio. Ancora nessuna ricezione: "Cesare, io uscirei a fumare una sigaretta. Penso di averne bisogno" disse.
"Giannini, se non le dispiace verrei a farle compagnia: ho bisogno anche io di una boccata d'aria. Non riesco mai a fare scivolare la vita con indifferenza: né la mia, né quella altrui. Anche se a volte non mi dispiacerebbe."
"Ma qui proprio non prende?" disse Giannini agitando il telefono come una maracas.
"E' in attesa di un messaggio?" chiese Cesare appuntando il proprio sorriso ad un occhiolino.
Giannini sentì dentro sé qualcosa di molto simile ad un frontale con un Frecciabianca: sorrise a sua volta. 
"C'è un unico punto in cui il telefono prenda: è sotto al portico. Venga che le mostro."

Nevicava come non accadeva da anni: su quel terreno che si concedeva il riposo invernale ne era caduta una spanna. Così candida, così impeccabile nella sua perfezione casuale: veniva voglia di mangiarsela, quasi che con quel gesto si potesse scoprire che gusto avesse la terra vista dall'alto.
Giannini sentì vibrare il telefono: due messaggi nell'anteprima di Whatsapp.
Primo messaggio, mittente Love: "Che fine hai fatto?"
Risposta: "Ti chiamo più tardi, adesso non posso."
Secondo messaggio, mittente Scarlet: "Credevo che il ghiaccio funzionasse da anestetico."
Risposta: magnitudo ottavo grado Scala Mercalli.
Tipologia scossa: rovinosa.
Descrizione: rovina parziale di qualche edificio. Qualche vittima isolata.
Quel portone in legno non era l'unico varco verso altri mondi: lo era anche l'oggetto che teneva stretto in mano. E che dopo avere acceso una sigaretta, mise via: aveva bisogno di un po' di tempo per riportare il battito cardiaco nel recinto della bradicardia.

"Poco fa aveva un'espressione strana" disse Cesare, il quale non conosceva l'usanza di girare attorno alle cose. "Si sente bene?"
"Vuole la verità Cesare?" rispose Giannini.
"Se pensa di conoscerla, volentieri!"
"Se è vero che tutti ne abbiamo uno, mi chiedevo quale fosse il suo segreto."
Cesare scoppiò a ridere: "E chi le dice che io ne abbia soltanto uno? Con uno solo, avrei condotto una vita estremamente monotona."
Giannini sorrise per la seconda volta nell'arco di pochi minuti: "C'è qualcosa di strano in tutta questa storia."
"Si riferisce al fatto che le scarpe possano parlare?"
"No, guardi, per quanto assurdo possa sembrare, quello è il meno: sono le storie."
"Giannini sono felice lei abbia recuperato l'uso della parola: adesso si spieghi meglio perché l'ermeneutica è un'attività molto complessa anche per me."
"Quello che intendo dire" disse facendo un tiro di sigaretta "è che ascoltando le storie delle persone è difficile comprendere dove stia la verità. Ma soprattutto dove sia il confine tra il bene ed il male."
"Suppongo lei abbia bisogno di una distinzione netta per mettere ordine nel suo caos: per definire ciò che sia giusto e ciò che sia sbagliato. Mi dica: applica questa cosa scissione anche su di sé?"
"Può essere."
"Giannini, adesso le dico come la penso."
Giannini fece quel gesto con le mani: quello che celava una certa impazienza.
"Guardi," disse Cesare "se non fosse scientificamente provato discendano dalle scimmie, verrebbe da pensare che le persone siano delle creature appartenenti in origine a razze molto diverse tra loro, arrivate sulla Terra da chi sa quale genere di mondi. Chissà, forse in quel principio c'erano solo due categorie: buoni e cattivi. Semplice: fine delle dinastie. Ma poi, con il tempo, deve essere accaduto qualcosa: le persone hanno abbandonato le loro origini e si sono mischiate, dando vita a infinite combinazioni e sfumature. E' stato poi sempre più difficile riconoscere le radici di queste creature, classificarle, capire veramente chi fossero, cosa provassero, cosa facessero e perché lo facessero proprio in quel determinato modo. Comprendere cosa fosse buono e cosa fosse cattivo divenne estremamente complesso: intrecciando i loro DNA e le loro storie, le persone erano riuscite a cancellare ogni confine e a dissolvere le due stirpi. Ma ogni tanto, qualcosa dei vecchi filamenti biologici, riemergeva in un dettaglio dei comportamenti o delle parole, riportando così al concetto di bene ed al concetto di male: la collocazione era presto fatta. Ma poi, poco dopo, qualche altra terribile ed incontrollabile variabile entrava in gioco confondendo nuovamente quelle dannate carte e rivelando che buona parte di ciò che veniva visto era apparente: e allora, quella scissione tra ciò che era bene e ciò che era male, non era più così netta. Tutto si intricava e si confondeva in quelle generazioni così piene di implicazioni e complicazioni, che dentro sé portavano indistintamente l'una e l'altra parte. E così fu il caos assoluto degli umani: questo genere di interpretazione, che aveva bisogno di classificazioni chiare, precise e delineate su cosa fosse giusto e cosa no, questo dannato bisogno di sicurezza ed univocità, andava un po', come dire, a farsi fottere. La situazione si contorceva sfuggente, mutando instancabilmente: più la si guardava da vicino meno la si comprendeva. C'era chi tesseva pensieri rigidi come filato d'acciaio. E c'era chi aveva l'audacia di muoversi verso la saggezza del sentire, intuendo quanto l'animo umano fosse estremamente complicato. Furono proprio questi ultimi ad accorgersi che forse vi era una strada, una possibilità: l'ascolto. L'ascolto di quello che le persone avevano da raccontare su loro stessi: storie in cui potere riconoscere un tratto, un lineamento, un'essenza. Tutto questo era qualcosa di molto vicino ad un istinto animale: quando ci si riconosce con l'olfatto, assaporando quell'odore che rimane incollato alla pelle. Ma gli alchimisti, quelli che riuscivano a trasformare in oro ciò che vedevano e ascoltavano, erano pochi. Ma anche per loro a volte tutto diventava troppo denso e intenso, troppo aggrovigliato, troppo impegnativo per pensare di poterne venire a capo in qualche modo: se si azzardavano ad immergersi in quell'abisso, venivano inghiottiti in quel mistero dell'esistenza che abbraccia caos, caso e coincidenze. Alcuni di essi impazzirono. Alcuni divennero artisti: e si salvarono."
Giannini guardò Cesare: "Le sue storie sono interessanti Cesare. Ma non ha risposto alla mia domanda."
"Giannini, forse è stato per la paura della complessità che gli esseri umani hanno preferito giudicare anziché ascoltare: era solo molto più facile."
Cesare fece una pausa, indeciso per un attimo se proseguire o meno. Per quell'uomo era veramente difficile tacere: conosceva perfettamente il fiume in piena che gli scorreva dentro, e sapeva che se questo non avesse trovato la strada verso il mondo, sarebbe morto affogato in se stesso. Quell'uomo sapeva  che le parole in fondo erano come semi: una volta gettati nel terreno avrebbero potuto morire, essere mangiati da predatori, avrebbero potuto impiegarci anni a germogliare. Ma finché vi fosse stata anche una sola possibilità di genesi, non si sarebbe mai arreso al silenzio.
"Giannini," disse "le dico una cosa: fino a quando le persone continueranno a cercare un senso nella forma di una classificazione, non lo troveranno mai: saranno sempre immobili. Ogni cammino ha la propria scarpa: dipende da dove si voglia andare. Forse una delle ragioni per cui siamo su questa Terra, è vivere molteplici esperienze: per conoscere quell'universo di combinazioni e possibilità che ciascuno di noi è."
Giannini tacque.
I semi in dormienza hanno bisogno di vernalizzazione.
E quella sembrava essere proprio la stagione giusta.

Una sinfonia claudicante di suoni storpiati arrancò sul viale che conduceva alla tenuta di Cesare: delle urla mutilate si alternavano a schiocchi metallici, annunciando l'arrivo di qualcuno che si stava avvicinando a fatica ma con gran foga. Da quella distanza non si capiva, ma potevano essere in due. Non era chiaro come stessero arrivando: di certo non camminavano. Agitavano qualcosa nell'aria: sembrava stessero brandendo dei bastoni. 
"Ma che diavolo è?" chiese Giannini.
Cesare si girò di scatto verso quel putiferio: "Stanno arrivando!" disse alzando lo sguardo solenne, come un guerriero pronto a combattere.
"Chi?" chiese Giannini.

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