12. IN MY SHOES - Clelia

In My Shoes - © Marta Costantino 2017

Cesare stringeva le mani di Clelia tra le sue:  Clelia parlava, e Cesare taceva. Ogni tanto sollevava le spalle, scuoteva la testa oppure annuiva. Visti così, da lontano, senza potere udire cosa stessero dicendo, sembravano due personaggi di un vecchio film in bianco e nero. Composti, eppure incredibilmente densi: la sensazione era che si stessero respirando l'un l'altro attraverso gli sguardi. Sulla giusta distanza, è facile costruire ed immaginare mondi: è quando si è immersi fino al collo in quei dettagli soffocanti che la materia diventa viscosa.

Clelia si appoggiò al braccio di Cesare: tolse le scarpe e le posò accanto a quelle di Giannini. A testa bassa, con il volto nascosto nel cappuccio del mantello, si incamminò lentamente lungo la navata. Più che camminare sembrava fluttuasse: quasi che con quell'incedere non volesse gravare con il peso su una terra che di fardelli ne portava già parecchi.
Quando arrivò ad altezza di Giannini si fermò e si voltò nella sua direzione: si guardarono in silenzio. Clelia tolse i guanti, li infilò in borsa, e andò incontro a quella persona che indossava un completo color timidezza coordinato ad un distillato essenziale di smarrimento.

"Lei deve essere Giannini" disse prendendo le mani tra le sue.
Era bellissima: i capelli biondi scivolavano sui lineamenti delicati. Aveva occhi grandissimi, di un colore che oscillava come un pendolo tra il verde ed il grigio: come se quei due che l'avevano messa al mondo avessero cercato di stemperare lo smeraldo nell'argilla. La sua presenza profumava di mandorle e talco: "Sono felice Cesare sia riuscito a trovarla" disse.
Giannini stava lì, immobile: la lingua e le corde vocali erano rimaste in macchina.
"Santo cielo che chiacchiera le sue scarpe! E quanti dettagli: sono proprio spregiudicate" aggiunse sorridendo. Guardò i piedi scalzi di Giannini: "Le dirò la verità: quando Cesare ha ritrovato le sue scarpe, c'è stato un piccolo dettaglio che mi ha colpita molto e fatto venire un dubbio: e adesso che la vedo, ho la conferma che non potevano che essere sue" disse trattenendo a stento una risata.
"Quindi anche lei sa?" chiese Giannini, con una flebo di cemento a presa rapida che stava gocciolando velocemente nelle vene.
"Sì, certo."
Le ginocchia di Giannini cedettero come burro: si sedette sul parquet. Clelia si accovacciò accanto; con una voce che avesse avuto un sapore sarebbe stato quello dello zucchero filato chiese: "Le ha spiegato come funziona?"
"Come funziona nel senso di come trova le scarpe?"
"No, come funziona dopo che le ha trovate."
Scosse la testa.
"Funziona così: adesso le scarpe sono di Cesare. Anche perché difficilmente qualcuno le rivuole indietro. Se lei lo vorrà, potrà tornare a fare loro visita e ad ascoltare ciò che hanno da dire. Si torna per se stessi, ma si inciampa in altri: tra questi scaffali i segreti si infrangono."
"Quindi mi sta dicendo che chiunque passi di qui, può ascoltare la mia storia?"
"Sì. Direi di sì."
"Oddio: è la fine" disse nascondendosi tra le braccia.
"Non so cosa intenda con è la fine. Se intende che il suo segreto rischia di essere scoperto, si sbaglia. Di qui non passa chiunque: ma soltanto chi ascolta. E chi ascolta, difficilmente giudica." Clelia scoppiò a ridere: "Scusi eh, ma poi, chi crederebbe a qualcuno che dice di avere udito delle scarpe parlare? In questo fienile sono custodite tantissime storie: e da qui non escono. Lo sa anche lei: le scarpe, da sole non vanno da nessuna parte."
"Clelia, lei non sembra una che abbia qualcosa da nascondere: cosa ci fa qui?"
Clelia non disse nulla: alzò entrambe le sopracciglia e accennò un sorriso.
Si rialzò e tese una mano a Giannini, invitando quella persona a sollevarsi da terra e seguirla.

Arrivarono davanti ad un paio di scarpe da bambino: erano prive di lacci, di quelle che si infilano aiutandosi con l'indice e si sfilano usando l'altro piede come leva. Slip on, le chiamano. La tomaia era di tessuto morbido e leggermente imbottito, a righe bianche e nere, incorniciata in un profilo bianco di fettuccia. Sulla scarpa sinistra c'era lo strascico di una goccia di cioccolato.

"Ciao" disse Clelia.
"Oh, ciao Clelia! E' un po' che non ti vediamo. Come stai?"
"Bene, bene grazie. Vi presento Giannini."
"Ah... Sì... Sappiamo. La storia dello sfregio, giusto?"
Giannini, se solo avesse potuto, avrebbe scavato in quel parquet con i denti pur di riuscire a nascondersi. Clelia tagliò corto: "Sì, sembra che la conosciamo un po' tutti. Ma in questo momento vorrei che voi raccontaste la storia di Michele."
"Certo! Siamo qui apposta!" dissero in coro.
Le scarpe si schiarirono la voce: non vedevano l'ora di raccontare stralci di vita a chiunque avesse i sensi per accoglierle.

"Era una notte di fine giugno: ed era così luminosa da confondere qualsiasi cosa. Anche il punto in cui essa potesse finire ed il giorno iniziare nuovamente. C'era una luna in cielo grande come un'ostia e la sua promessa di redenzione. Tu, Clelia, non riuscivi a dormire: quel letto, senza tuo marito Giordano, era una risacca che ti reimpastava l'anima. Ti sei alzata e hai attraversato l'appartamento scalza, seguita da ombre taglienti. Sei andata in camera di Michele, il tuo unico figlio: all'epoca aveva nove anni. Ti sei inginocchiata accanto a lui e l'hai guardato dormire di un sonno e di sogni che avevi perso da tempo. La pelle algida, le ciglia lunghe e folte, i capelli lisci: come il suo papà.
L'hai accarezzato, sussurandogli in un orecchio: "Vorrei tu non crescessi mai."
E così è stato.
Da quella notte Michele non è più cresciuto: neanche di mezzo centimetro. Non un giorno è più riuscito a posarsi sulle sue sembianze. Michele fisicamente si è fermato ai suoi nove anni: stava benissimo, fisicamente e mentalmente. Solo che non cresceva. I medici lo masticarono per anni come un chewing gum: ma le loro bibbie non fornirono né una soluzione a lui né un'assoluzione a te. Ad un certo punto, sfinita, ti sei opposta ad ulteriori sperimentazioni e ricerche, pur di restituirgli una vita quasi normale. Sono stati anni difficilissimi: molti sguardi hanno cercato di farlo sentire un mostro da circo. Ma erano solo sguardi: insignificanti come le persone che li indossavano. I veri mostri erano nascosti altrove.
Michele, per molti anni, è stato costretto ad andare in giro con un plico che spiegasse cosa gli fosse accaduto e quanti anni avesse in realtà. Per tutto questo, ti sei sentita la sua carnefice. 
Michele però era tosto: non si arrendeva. E riusciva anche a riderne. Come quando pagava il ridotto al cinema o sui mezzi pubblici. Diceva che la situazione aveva i suoi vantaggi: come quando ti raccontava di avere reincontrato dei compagni di classe delle elementari e che tutti l'avevano riconosciuto subito, risparmiandogli un sacco di tempo. "Nessuna discrepanza tra il fotogramma incollato alla memoria e la realtà" diceva. O quando nei supermercati le guardie della sicurezza lo trattenevano perché credevano si fosse perso: quante volte è tornato a casa con le tasche piene di caramelle che non mangiava e regalava a te?
Per un periodo l'hai costretto a frequentare solo posti in cui lo conoscevano e dove conoscevano la sua storia: ma questa cinta di sicurezza presto si è trasformata in un cappio. E un giorno, la sua voglia di vivere si è affermata: Michele è andato avanti, seppur in mezzo a mille difficoltà. Ha studiato, si è laureato, ha trovato un bellissimo lavoro. Quando ti ha lasciata, è andato a vivere in una casa a misura di bambino ma arredata da un adulto: una complessità che lo accompagnerà per tutta la vita. 
Una sola cosa gli è mancata e gli manca tutt'ora.
L'amore di una compagna.
Nessuna avrebbe potuto trovarlo fisicamente attraente, tranne una squilibrata. "Nessuna donna potrà mai soprassedere su queste fattezze biologicamente repulsive" diceva. Quelle parole sono ancora chiodi arrugginiti nel tuo cuore.
Ti sei sentita terribilmente in colpa: hai pensato che fosse stata la tua cupidigia ad incollarlo a te. Ma nonostante tutto, non ci sei riuscita: Michele ha trovato la sua strada. Hai espresso quel desiderio un po' per non sentirti mai più sola, ed un po' per difenderlo dalla ferocia di quel mondo che a te faceva così paura. Il tuo egoismo ha scaraventato Michele in un mondo ancora più ostile, precludendogli una porzione di vita.
Ma quella vita che hai cercato di recidere, lui è andato comunque a prendersela.
Tu, no. Tu dormi accartocciata tra lenzuola irrancidite da rancore: dove ogni notte i sogni muoiono ancora prima di nascere. Te l'abbiamo ripetuto molte volte Clelia: sarai felice se e quando lo vorrai."

Sincerità e ferocia a volte sono compagne.

Clelia guardò Giannini: "Vede Giannini? Alcuni mostri hanno sembianze angeliche: e spesso convivono entrambi nella stessa persona."
Giannini, non trovò le parole: ma questa non era una novità.
Abbracciò Clelia: sentì una per una tutte le ossa di quel corpo esile abbandonarsi al suo gesto,  morbida e rassegnata come un vecchio gatto striminzito che non ha più forze.

Giannini stava per dire finalmente qualcosa: ma la colonna sonora cambiò improvvisamente.
Due colpi secchi di palmi si infransero con forza sovrumana contro il portone di legno: Giannini trasalì, con ancora Clelia tra le braccia. 
"Cesare! Cristo! Apri questa dannata porta o quant'è vero Iddio la butto giù a calci! Apri questa cazzo di porta! Cesare! So che sei lì dentro! La mia pazienza è finita ma di calci in culo ce ne sono quanti ne vuoi! Apri, cazzo!" gridò inferocita una voce di donna dal portico.

Clelia alzò lo sguardo verso Giannini e con molta calma disse: "E' arrivata Rosy. Giannini, come avrà già capito, gli esseri umani non sono tutti uguali."


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