13. IN MY SHOES - Rosy

In My Shoes - © Marta Costantino 2016
"Per Dio, Rosy! La gara a chi grida più forte l'abbiamo già fatta, ricordi?" disse sarcastico Cesare aprendo il portone: "E hai anche perso. Quindi smettila di... ma cosa hai in mano?" le chiese perplesso. "Sei rimasta a piedi?"
"Quelle stronze parleranno oggi! Cazzo se parleranno!" disse Rosy agitandogli sotto al naso delle pinze: sotto al braccio, teneva stretta a sé una batteria della macchina. "Spostati Cesare, non farmi incazzare!" inveì scansandolo a forza con una traboccante presenza scenica. Centoventi chili di donna impacchettati in un cappotto nero striato qua e là di strisce biancastre, si fecero strada per qualche metro in passi decisi e sgraziati: oscillavano come un orcio a cui fosse stato dato un colpo. In testa aveva cordicelle unte di capelli neri impastati a croste di forfora. Occhi piccoli e scuri erano incastonati in una testa che era un tutt'uno con una collana di grasso che avvolgeva ciò che una volta doveva essere stato un collo umano. 
"Rosy!" gridò Cesare: "Le scarpe!"
Rosy si fermò: "E ma che palle 'sta storia!" sbuffò scalzandosi quel che restava di due ballerine slabbrate. "Te le puoi anche tenere! Sono per la tua collezione. Ti piacciono? Te le regalo" disse proseguendo senza voltarsi. "E non chiudere quella cazzo di porta che sta arrivando anche mio figlio!"

Come da tradizione, e nel caso specifico anche buonsenso, Giannini stava in silenzio: non riusciva a distogliere lo sguardo da quella giara di dinamite che si stava avvicinando. Guardò Clelia con occhi grandi come palline golf: lei ricambiò con il solito sorriso imperturbabile.

"Clelia" rantolò Rosy per la fatica, accennando così a modo suo un saluto: "Vedi che oggi me lo dicono quelle maledette" disse mostrandole l'attrezzatura. "Cinque anni, Clelia. Cinque cazzo di anni" disse fermandosi accanto a lei. Tacque per qualche secondo: il tempo di accorgersi che accanto a Clelia ci fosse un'altra persona. Alzò la testa e squadrò Giannini da capo a piedi un paio di volte. Guardò Clelia: "Sarebbe?" chiese facendo un cenno a Giannini.
"Sarebbe Giannini" rispose Clelia.
Rosy annuì: sembrava stesse cercando di capire se del nuovo arrivo ci si potesse fidare o meno. Fissava Giannini con gli occhi socchiusi, cercando di ricostruire il perché della sua presenza attraverso frammenti di memoria piccoli come pizzini.
Giannini, dal canto suo, non sapeva se presentarsi o meno: ma non ve ne fu bisogno.

"Adèsso ho capito chi sei!" disse Rosy. Lo disse incollando un accento spropositatamente grave e lunghissimo sulla "e". "Le scarpe blu!" disse puntando le pinze nella sua direzione. Si guardò attorno con curiosità e circospezione: "Dov'è l'altra persona? Eravate in due quella sera! Yuhuu, vieni fuori che voglio vedere che faccia c'hai!"
Giannini, che a quella gogna invisibile oramai ci stava facendo l'abitudine, tenne botta in silenzio.
"Aspettaaspettaaspetta!" disse così, senza pause, come se il mondo stesse per finire da un momento all'altro. "Te lo dico io! Si chiama... mhhh... cazzo... aspetta eh..." disse cercando con lo sguardo la risposta  sul pavimento, come se qualcuno l'avesse incollata lì da qualche parte.
Il portone si chiuse e Rosy si girò di scatto: un ragazzo alto e magro si stava togliendo le scarpe all'ingresso. Aveva con se una sediolina pieghevole in metallo, rivestita di una stoffa celeste.
"Astor! Vieni qua che abbiamo da fare! Muoviti!"  Ma Astor rispose al suo richiamo con indifferente lentezza: per gli adolescenti il tempo scorre ad una velocità diversa.
Rosy guardò Giannini, fece un passo nella sua direzione, e avvicinando le pinze al suo volto disse: "Scarlet! Ecco come si chiama! Scarlet! Che poi non è il suo nome. Questo è il nome che hai scelto te! Adesso ti dico il suo nome... Quelle due non smettevano di ripeterlo. Aspetta eh, adesso mi viene in mente! Quelle pastiglie di merda mi stanno rincoglionendo... Ce l'ho! Si chiama..."
"E basta! Ma che cazzo!" sbottò Giannini. "La smetta di parlare di cose che non conosce! E che soprattutto che non la riguardano."
Rosy squadrò nuovamente Giannini: sollevò sdegnata un angolo della bocca. Si avvicinò di un altro passo: "Senti," disse da una distanza fin troppo intima "te c'hai la fortuna che quelle due si ricordano tutto. Io non ci sputerei mica su sta roba, sai? Perché la qui presente, sono cinque cazzo di anni che non vede suo marito e quelle due maledette non me lo vogliono dire dov'è. Capisci? Lo sanno e non me lo dicono. Non vogliono che lui torni da me. Quel ragazzo là è senza un padre: e a casa con me non ci sta mai, sta sempre in giro. Ed è solo colpa di quelle due. Lo sai, vero, cosa succede quando uno è senza padre? Cresce storto. Mica che poi arriva qualcuno a raddrizzarmelo: non se ci siamo capiti."
Rosy ebbe un colpo di tosse che le scagliò una palla di catarro in bocca: "Puttanaeva!" gorgogliò in un gargarismo di muco. Guardò il pavimento. Fece per prendere la mira ma Clelia la fermò: "Ho io un fazzoletto Rosy. Ti prego, prendilo!" disse cercando velocemente in borsa. Rosy lo prese, ci sputò dentro e glielo restituì. Si pulì il naso sulla manica del cappotto e disse a Giannini: "Guarda che Natale è finito da un pezzo. Cazzo fai lì come una merdosa statuina del presepe? Vieni che mi serve una mano."
Obiettare era fuori discussione. Così, la seguì.

Arrivarono davanti ad un paio di scarpe marroni da uomo: se non fosse stato per i lacci, avrebbero potuto ricordare dei mocassini; la tomaia di una delle era stata recisa con dei tagli. Entrambe erano deformate dall'usura, come le ballerine di Rosy che giacevano in terra poco più in là. 
Astor li raggiunse e come un rassegnato servitore aprì la sedia facendo accomodare la madre: non guardò né Giannini né Clelia e tantomeno le scarpe. Tirò fuori il telefono e facendo scivolare le dita sullo schermo si traspose in un universo parallelo.
"Allora!" disse Rosy. "Le vedete queste?" disse impugnando le pinze tra due mani che ricordavano dei panzerotti. "Sono due cazzo di pinze. Questa invece è una batteria. E sapete cosa facciamo adesso?"
"Rosy, scusa. Ma tu vorresti torturarle?" la interruppe Clelia.
"Fatti i cazzi tuoi Clelia" rispose Rosy.
"Non so se funzioni: mi sembra tanto una cosa da film. E poi potresti anche farti male. Comunque non credo che le scarpe possano provare dolore" replicò Clelia.
"Esattamente, cosa non ti è chiaro di fatti-i-cazzi-tuoi?" chiese Rosy aggiustando impaziente la propria mole nel telaio di quella povera sedia.
"Clelia ha ragione" dissero le scarpe. "Non proviamo quel genere di dolore. Hai già provato a ferirci con le forbici. Non serve. L'unico dolore che possiamo sentire è il vostro: quello che vi portate dentro e che vi tronca il respiro come un uncino di piombo conficcato nello sterno."
"Avete rotto il cazzo con questi paroloni: vi sentite così superiori voi. Voglio sapere dov'è Arturo! Adesso!"
"Arturo se ne è andato cinque anni fa Rosy. In questo momento non sappiamo dove sia: ci ha abbandonate per strada quando ha iniziato una nuova vita. L'unica cosa che sappiamo per certa, è che ti ha lasciata."
Mossa da una rabbia feroce, Rosy si alzò in piedi di scatto, scagliando via la sedia. Con tutta la forza che aveva in corpo gridò: "Non mi ha lasciata! Arturo non mi ha lasciata!"
"Sì Rosy: ti ha lasciata. Ha sicuramente scelto un modo originale per arrivare a prendere questa decisione. Ma il come, ad oggi, è relativo: ciò che conta sono i fatti. Con noi se ne è andato e da te non è più tornato."
Prese entrambe le scarpe dallo scaffale, si inginocchiò in terra ed iniziò a picchiarle con ferocia sul pavimento gridando: "Non torna perché è in pericolo: è prigioniero di qualcuno. Quando mai si è visto un marito che non torna a casa. Voi sapete dov'è e non volete dirmelo! Siete state voi a portarmelo via!"
Quando la forza esplosiva della rabbia di Rosy si esaurì, le scarpe risposero pacate: "Assumersi la responsabilità delle proprie azioni è al contempo privilegio e fardello di pochi eletti. Tu, chiaramente, non rientri nella categoria."
Quel che restava dell'esistenza di quella donna, giaceva in terra scomposta, accartocciata e fatiscente come un cumulo di immondizia. Era esattamente così che si sentiva Rosy dopo: un rifiuto. Clelia fece per avvicinarsi, ma Rosy alzò una mano per fermarla: fece di no con la testa.
"Raccontatemelo. Quello che è successo. Ancora una volta." disse Rosy.
E così, le scarpe raccontarono ciò che per cinque anni, ogni sabato, Rosy non aveva ascoltato.

"Era una domenica di primavera: ventidue aprile, il giorno del decimo compleanno di Astor. Avevate organizzato una festa a casa: nonostante tutto, parenti e amici si erano presentati. Gli ospiti erano entrati in quella casa in punta di piedi, come se il pavimento fosse lastricato di tagliole invisibili pronte a scattare attorno alle loro caviglie. La prima ora era trascorsa serenamente: la speranza crescente che tutto potesse filare liscio li aveva ammorbiditi e rilassati. Poco prima di servire la torta di Astor, ti sei accorta che in pasticceria si erano dimenticati di consegnare una parte dell'ordine. Hai preso il telefono: davanti a tutti hai chiamato i proprietari del negozio dicendo loro che "meritavano di morire lentamente davanti ai loro figli piccoli". Il padre di un compagno di classe di tuo figlio ha cercato di calmarti, dicendo che forse stavi esagerando: hai insultato tutte le donne della sua dinastia, risalendo in cronologico inverso sino al medioevo, narrando con dovizia di dettagli le loro arti amatorie praticate con persone ed animali. Hai trasformato quella che fino a poco prima era una festa di compleanno di un bambino di dieci anni, nel suo funerale: con le tue parole hai steso un silenzio così spesso da ammutolire persino i pensieri. Hai preso le chiavi della macchina per andare in pasticceria: Arturo è voluto venire con te. Strada facendo, la vettura davanti a voi si è fermata all'arancione di un semaforo: hai tirato il freno a mano, sei scesa, ed hai cercato di tirare fuori dall'abitacolo la donna al volante, gridandole che poteva prendersela comoda perché "tanto sua madre, nonostante l'età avanzata, stava ancora battendo". Arturo, che era l'unico che riusciva a calmarti, ti ha riportata in macchina: si è scusato infinite volte con quella signora, pregandola di non chiamare la polizia. Quando siete arrivati davanti alla pasticceria, ti ha chiesto di aspettare in macchina: ma non ce l'hai fatta. Dopo poco sei scesa, sei entrata in negozio e hai detto alla commessa che "erano fortunati che non avevi il cazzo, altrimenti avresti pisciato sulla vetrina di quella merda di negozio"
Quando siete rientrati a casa, non c'era più nessuno. Arturo ha chiamato sua sorella: Astor era con lei. Ti sei seduta su una sedia: regina decadente e decaduta di uno scenario caotico post atomico da te  dipinto con secchiate di vernice caustica. I palloncini sfioravano il soffitto lievi come sogni impiccati alla realtà di mura asfittiche. "Dove cazzo sono finiti tutti?" è stata l'unica frase che sei stata in grado di proferire. Arturo ti disse che sarebbe uscito a fare due passi: in risposta non gli hai rivolto nemmeno uno sguardo. E' sceso in strada e ha iniziato a camminare: un chilometro. Due. Cinque. Quindici. In una settimana ne ha percorsi quasi mille: un bel po' a piedi, e molti altri salendo e scendendo da autobus e treni che prendeva senza una meta. Aveva bisogno di muoversi: perché la trasformazione avviene nel movimento. Se i pensieri che accompagnano i passi avessero un'odore, ci sarebbe una scia olfattiva che parla di te. E delle infinite brutte copie di quella domenica pomeriggio replicate senza variazione di tono per anni come vecchi ciclostilati. A questo pensava Arturo mentre abbandonava la speranza, rinunciando a te e ad una parte di sé: sapeva che nulla sarebbe cambiato. Dopo qualche giorno è tornato solo per prendere Astor: adesso vivono assieme. Il giudice ha deciso che tu possa vedere tuo figlio una volta al mese.
Vi siete separati: è stato difficile per lui dirti addio. Ti ha amata profondamente, ma in quei mille chilometri lui ha compreso come a volte l'amore non basti. Per affrontare e risolvere un problema, bisogna prima di tutto vederlo. Prima che quel problema soffochi ogni forma di vita."

Astor mise il telefono in tasca.
Prese le scarpe e le ripose al loro posto sullo scaffale.
Si chinò accanto alla madre e le accarezzò i capelli: le sollevò il volto con una carezza. "Alzati mamma. Adesso dobbiamo andare" disse guardandola negli occhi. Mise un braccio di lei sulle proprie spalle, le cinse il fianco con il suo e l'aiutò a sollevarsi da terra. Rosy si alzò lenta e pesante come un gigante di piombo: si appoggiò al figlio e a passi lenti si diressero verso l'uscita. A metà strada si fermarono: il figlio calzò le ballerine ai piedi della madre come funebri sudari. "Sabato prossimo parlerete! Cazzo se parlerete! Mi direte dove cazzo è Arturo!" bofonchiò Rosy con la voce impastata.

I due arrivarono all'ingresso: si fermarono sull'uscio aperto. Cesare salutò il ragazzo posandogli una mano sulla spalla e sistemò con dolcezza il cappotto della donna.

La voce di Rosy attraversò la navata come un'onda d'urto supersonica: "Giannini!" gridò "Salutami Cor..."
Con un tonfo assordante, Astor chiuse il portone alle proprie spalle.


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