11. IN MY SHOES - Nuove amicizie

In My Shoes - © Marta Costantino 2015
Giannini si girò di scatto: i piedi incollati al pavimento, nel centro esatto di quel fienile che riportava alla sacralità di una chiesa gotica. Fece ancora quel movimento con le mani, chiedendo a Cesare, attraverso la gestualità, chi stesse bussando.
Cesare sorrise e alzò le spalle.
"Chi è?" bisbigliò Giannini.
Cesare si avvicinò: "Lo scoprirà Giannini: per lei è giunto il momento di ampliare le proprie conoscenze. Ha mai fatto caso a come per molte persone divenga difficile nel corso degli anni fare nuove amicizie? Sudiamo diffidenza: costruiamo mura e ci chiudiamo in mondi sempre più piccoli, sempre più stretti, sempre più soffocanti. Sa qual'è la questione Giannini? La questione è che ciò che viene nascosto prima o poi si sente in pieno diritto di riemergere: soprattutto quando viene seppellito vivo. Perché uccidere qualcuno, o qualcosa, è un crimine. E si ricordi anche che da lì sotto, quel qualcuno, o quel qualcosa, continuerà a grattare con le unghie e con tutta la forza che ha dentro, fino a quando non sarà visto e ascoltato. Credo che lei sappia cosa io intenda."
Giannini deglutì un'oncia di spilli. Prima o poi avrebbero dovuto parlarne: voleva capire cosa e quanto sapesse Cesare.
"Le dico due cose" proseguì Cesare. "La prima è che l'umanità è spesso sopravvalutata: gli inquisitori giudicano con ferocia senza sapere e senza conoscere. E meno sanno e meno conoscono, e più giudicano. Ma nessuna veste è mai completamente intonsa: nemmeno quella dell'inquisizione. Che poi tanto santa, non è."
"La seconda?"
"La seconda è che se parlassimo e ci ascoltassimo di più, e ci scambiassimo i demoni, quelli che a noi fanno così paura e che invece altri trovano innocui, probabilmente capiremmo che buona parte dei timori che proviamo sono infondati." 
Si incamminò verso il portone e con la solita determinazione disse: "Fears swapping: potremmo progettare un app e diventare miliardari! Comunque fare attendere un ospite è maleducazione. E se c'è una cosa che detesto, è proprio questa."
Giannini era una statua di rovere che stava affondando le radici in un filato di coincidenze.

Cesare aprì: in piedi sull'uscio c'era la sagoma di una figura avvolta in un mantello color ghiaccio. Sembrava essere emersa dalla neve. Alzò il volto verso l'uomo che le aveva aperto. Si abbracciarono a lungo, fermi sulla porta: la sagoma appoggiò la testa sulla spalla di Cesare e lui la strinse fino a fermare il tempo.

"E' tornata! Era tanto che non veniva qui!" Disse una voce così giovane che Giannini non riuscì a distinguerne il sesso.
"Certo che è tornata" rispose rassicurante una voce più matura.
Si guardò attorno, cercando di sviluppare nuovi sensi che collegassero suoni e forme.
"Tornano sempre" aggiunse un'altra voce alle sue spalle: si voltò. Davanti a sé c'erano un paio di scarpe da corsa: "Se Cesare riesce a trovarli, poi ritornano. Tornano sempre. Molti di coloro che si liberano delle scarpe, in realtà non se ne liberano mai veramente. Arrivano in processione come pellegrini: a recuperare pezzi di sé difficili da dimenticare. O da accettare."
Giannini si avvicinò a quel paio di Nike rosse: sembravano essere state in bocca ad un cane. La strada si era mangiata tutte le scanalature della suola, e la tomaia era incrostata di fango, polvere di brecciolino, fili d'erba e residui di particolato. Le stringhe erano code di topo striminzite, indurite dal tempo e ispessite dal sebo delle mani che le avevano allacciate centinaia di volte. Si avvicinò: in corrispondenza dei calcagni c'erano due buchi.
Stette lì a guardarle.
E poi, improvvisamente, sentì il crepitio del sudore gocciolare sull'asfalto bollente: schiocchi di immagini e schegge di suoni si susseguirono veloci come flash fotografici. Sentì mancare l'aria.
"Sembra che tu possa sentire" disse la voce.
"Cos'ho visto?" chiese Giannini.
"Hai visto un frammento di vita. Hai sentito Gloria: all'epoca lavorava su turni in una fabbrica di cosmetici. Aveva fatto tanti lavori: non si era mai tirata indietro davanti a nulla. Non aveva paura di niente, se non dei propri limiti. Quando finiva di lavorare, che fosse notte o giorno, si metteva le scarpe da corsa e usciva. Pioggia, neve, grandine, sole, vento, nebbia: non cercava mai scuse. Scuciva chilometri alla strada senza obiezioni: diceva che andava a bruciare la bile sull'asfalto e a cercare il suo posto su questa terra, dato che secondo lei si erano dimenticati di assegnarglielo. Capelli rossi e incarnato pesca. Era tenace: al lavoro la chiamavano mastice irlandese. Se credeva in qualcosa, se voleva qualcosa, era incapace di arrendersi: questo era il suo difetto più grande. Nelle sue vene scorrevano adrenalina, endorfine ed ostinazione: aveva una energia vitale inestinguibile. Fino a quella domenica in cui decise di andare ad allenarsi su un'autostrada deserta: erano anni che voleva farlo. Aveva questa cosa di spingersi oltre: diceva che la faceva sentire viva. Le piaceva correre sull'asfalto: Dio quanto le piaceva. Le piaceva quello che le restituiva: brividi. Era sempre in viaggio con se stessa: sola. Una domenica scoprì che stavano facendo dei lavori sull'autostrada e che sarebbe stata chiusa per un tratto: sapeva che avrebbero potuto vederla e fermarla. Sarebbe stato meglio. Si mise le scarpe, prese la macchina e la parcheggiò nel punto più vicino. Attraversò i campi a piedi e scavalcò il guardrail: era un'amazzone e non lo sapeva. Iniziò a correre, sentendosi per una volta in vita sua, nel posto in cui voleva essere. E non fuori luogo, come spesso le capitava. Luglio 2013. Faceva un caldo atroce: Gloria bevve dalla cannuccia l'acqua della borraccia morbida che le rimbalzava sulla schiena. Bevve troppo: dopo un centinaio di metri le venne da vomitare. Non si fermò: Gloria non si fermava mai. Questo era il suo secondo difetto. Qualche centinaio di metri dopo si accasciò in terra, soffocata dal suo stesso vomito. Ho sentito la sua ultima lotta: è riuscita a sentirsi veramente viva soltanto riflessa nello sguardo della morte che la stava guardando. L'eccesso di caparbietà ha spesso complicazioni spietate."

Quando il nodo di piombo che aveva in gola si sciolse, Giannini chiese: "Ma quindi le scarpe che trova Cesare sono tutte di persone morte?"
Le Nike tacquero per qualche secondo. Poi chiesero: "La sua equazione è autoreferenziale?"
Giannini sospirò. Sentì dei passi avanzare lungo la navata: "Chi è quella signora?"
"Quella donna si chiama Clelia."
"E perché è qui?"
"E' qui perché ha espresso un desiderio che si è trasformato in una maledizione."

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4 commenti:

  1. Fantastica! Tutto la tua "arte" ha un che....come dire....fi perfezione

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    1. ♥ Lori ♥ grazie!!! Ti abbraccio forte, forte, forte ♥ ♥ ♥

      Marta ;)

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  2. Ho letto il tuo racconto, guardato le immagini, ascoltato i brani musicali. Ho abitato con Giannini nel suo appartamento, nella sua macchina, nei freddi campi invernali della Provincia. Tutto questo mi ha permesso il tuo scritto, i linguaggi usati, la tua creatività. Brava. Con affetto. Paola.

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    1. Ciao Paola ♥, grazie a te per essere passata di qui. Per avere letto con attenzione e ascoltato la musica che ho scelto. Grazie anche per quello che mi hai donato con i tuoi insegnamenti, quando la scrittura è diventata per me uno strumento così prezioso di espressione. Ti abbraccio ♥ ♥ ♥ Marta ;)

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